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Ecosistemi di innovazione: il ruolo centrale della comunità

La corsa globale all’innovazione non si misura più sul successo delle singole aziende, bensì sulla capacità degli ecosistemi territoriali nell’ attrarre talenti, ricerca, capitali e infrastrutture strategiche. A fare la differenza, nel medio periodo, sono sempre più quei territori che riescono a trasformare la collaborazione tra università, industria, startup e istituzioni in un vero e proprio vantaggio competitivo. 

È questa la fotografia restituita dal Global Innovation Index 20261, che evidenzia una crescente concentrazione dell’innovazione mondiale in pochi, grandi cluster altamente integrati. Osservando nel dettaglio emerge, tuttavia, un ulteriore fattore distintivo: negli ecosistemi più avanzati l’innovazione più efficace è strettamente correlata alla partecipazione di cittadini, associazioni e organizzazioni del territorio, secondo il modello della “quadrupla elica”. 

Competitività e benessere della comunità non sono più, quindi, obiettivi separati, ma sempre più due facce della stessa strategia di sviluppo.

 

L’innovazione comunitaria come infrastruttura dell’ecosistema: i casi francese e spagnolo 

Se la comunità o società civile è la quarta “elica” determinante del nuovo modello, l’innovazione comunitaria diventa una delle infrastrutture attraverso cui l’ecosistema produce valore. Fare innovazione comunitaria significa progettare formazione accessibile per chi vive l’area, servizi di prossimità, alloggi sostenibili, percorsi di inserimento lavorativo anche per persone fragili e soluzioni capaci di generare impatti misurabili sulla qualità della vita. In un contesto globale caratterizzato da crescente complessità, il capitale sociale e relazionale sta diventando un fattore competitivo, tanto importante quanto il capitale finanziario o tecnologico.

A dimostrarlo è il successo di Paris-Saclay, uno dei principali ecosistemi deep tech europei, capace di riunire 79.800 imprese e oltre 800 startup su sei aree di eccellenza, raccogliendo il 21% della ricerca accademica francese. La concentrazione di università, laboratori e imprese si traduce in competenze e opportunità occupazionali anche per la popolazione locale, con un totale di quasi 428.000 addetti impiegati nell’ecosistema, di cui oltre 16.000 ricercatori o docenti. 

Un altro esempio degno di nota è 22@Barcelona, dove l’urbanistica è diventata una leva di politica industriale e di equità attraverso la riqualificazione di spazi dismessi, con l’obiettivo di costruire un luogo ad alta intensità di conoscenza dove residenze, servizi, verde e patrimonio architettonico sono perfettamente integrati tra loro. Oggi il distretto ospita circa 12.150 imprese, 2.000 startup e 9 università, genera il 14,5% del PIL di Barcellona e rappresenta il 12% dell’occupazione cittadina. 

Paris-Saclay, 22@Barcellona, ma anche altre iniziative come il Rotterdam Makers District sono esempi salienti di ecosistemi di successo, costruiti attraverso approcci diversi fra loro. Il filo conduttore è la capacità di attrarre imprese, favorire la nascita di startup, promuovere lo sviluppo di occupazione qualificata, attrarre investimenti e riqualificare le aree urbane circostanti. Sono, in altri termini, la dimostrazione che un ecosistema può generare valore duraturo attraverso opportunità concrete per imprese, cittadini e territori. 

Ecosistemi dell’innovazione in Italia: una mappa densa, una trama incompleta 

E L’Italia? Secondo il report “Persone, Tecnologie, Territori2” di PwC Italia e StartupItalia, sono 277 gli ecosistemi distribuiti sul territorio, riconducibili a quattro cluster principali: 

  • ecosistemi territoriali come ecosistemi dell’innovazione PNRR, Parchi Scientifico Tecnologici, Poli di Innovazione e Tecnopoli, che avvicinano ricerca e impresa a partire dalle vocazioni produttive del territorio; 
  • ecosistemi di filiera, tra cui cluster tecnologici nazionali o regionali e distretti, che organizzano la collaborazione intorno a una traiettoria tecnologica, presidiando il passaggio dalla ricerca all’industria lungo percorsi specialistici; 
  • strutture di supporto alla trasformazione digitale, il gruppo più numeroso, tra cui rientrano Competence Center, Digital Innovation Hub, Punti Impresa Digitale nati come rete capillare di servizio alle PMI; 
  • infrastrutture di sperimentazione e co-creazione ovvero Living Lab e Case delle Tecnologie Emergenti, dove le tecnologie vengono validate in contesti reali con il coinvolgimento diretto di cittadini e comunità.  

Il problema? Nella mappatura realizzata da PwC e StartupItalia, il quarto attore della “Quadrupla Elica”, la società civile, è presente in un solo cluster su quattro. Il Paese dispone di attori e risorse in abbondanza, ma manca la capacità di farli operare in modo coordinato, superando la frammentazione e generando impatto diretto sulla comunità e sul territorio.  

Il primo passo, in questo senso, dovrebbe essere quello di attivare strumenti di social procurement nelle strategie di approvvigionamento delle imprese. Attraverso l’uso di elenchi di fornitori sociali presso le Camere di commercio e piattaforme mutualistiche, affiancati da un regime fiscale premiale per i contratti di rete e dal welfare aziendale culturale e sociale, gli acquisti ordinari delle imprese insediate potrebbero diventare una leva di sviluppo locale all’interno dell’ecosistema (come sottolineato, tra gli altri, dall’informativa del Piano d’azione nazionale per l’economia sociale italiano). Logistica, manutenzione, gestione degli spazi comuni e servizi alle persone potrebbero così tradursi in contratti pensati per generare lavoro e inclusione.

 

La comunità deve diventare un interlocutore chiave dell’ecosistema 

I benchmark indicano la direzione: Paris-Saclay insegna a rendere la conoscenza accessibile, Barcellona a restituire alla città il valore della rigenerazione urbana, Rotterdam a costruire alleanze durature con la comunità. Il passaggio decisivo è trattare la comunità come un interlocutore dell’ecosistema, e il social procurement come una delle leve più immediate per farlo. 

L’Italia dispone della materia prima scientifica, industriale e sociale: la sfida è organizzarla, trattando social procurement, partnership con l’economia sociale e misura dell’impatto sulla comunità e il territorio come parte integrante della catena del valore. In un panorama denso ma frammentato, è questo che separa un aggregato di attori compresenti da un ecosistema compiuto: la capacità di trasformare la ricerca e le imprese non solo in tecnologia e produttività, ma in valore condiviso per chi quel territorio lo abita e lo rende vivo e attrattivo. 

Chiara Petroni 

Impact Innovation Manager 

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